MarketingPark

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del marketing!

31 agosto 2007

Ugly advertising #2

Un'azione di Marketing può essere definita brutta o spregiudicata a seconda delle modalità utilizzate per perseguire il fine. Il fine ultimo non fa quindi la differenza, che è solitamente comune ai più e legittimo - come autopromozione, immagine, pubblicità - bensì è il percorso che un'azienda (e chi per lei) decide di percorrere che ne farà una impresa etica o meno.
Tra le iniziative discutibili, più frequenti da almeno un decennio, annovero le offerte di lavoro fittizie. Come scriveva qualche tempo fa Marketingblog "un'azienda che offre lavoro raccoglie consensi e simpatie". Niente di più vero, soprattutto in un'epoca dove la lotta alla disoccupazione è diventata una priorità.
Tempo fa, un giovane venditore di una concessionaria di pubblicità di alcune testate nazionali mi disse che sui quotidiani gli spazi a pagamento nelle aree dedicate al lavoro costano meno che in altri punti dello stesso giornale. Non so se oggi le tariffazioni funzionano ancora così. Però fare brand awareness con loghi extralarge utilizzando la formula dell'offerta di lavoro mi sembra una cosa francamente poco pulita, non solo perchè si consuma sulle spalle di chi cerca un'occupazione ma anche per altri non trascurabili aspetti: un'azienda che assume dimostra innanzitutto di godere di ottima salute, soprattutto se in previsione di fusioni, collocamento in Borsa, emissione di titoli etc. Mi risulta poi che altre strumentalizzino il recruiting anche per indagini di settore, ricerche di mercato e reperimento di informazioni sulla concorrenza. Infatti sono molteplici le doglianze in merito ad invii di curriculum vitae e colloqui caduti letteralmente nel silenzio, senza alcun seguito nemmeno formale.
Per scoraggiare queste pratiche (con quali esiti?), anni fa il supplemento del Corriere della Sera "Corriere Lavoro" approntò una info line (con email e telefono) a cui i candidati potevano segnalare comportamenti scorretti ed inserzioni civetta. E oggi, come stanno le cose?

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28 agosto 2007

Resistere, resistere, resistere!

Ogni individuo - per background, educazione, carattere, stile di vita (anche affettiva) - ha necessità e consuetudini proprie, fabbisogni minimi e non. La profilazione di ogni singolo utente è l'ambizione di oni azienda/marketer, al fine di scoprirne pure debolezze e "zone libere" ove insinuare nuovi bisogni attraverso promozioni e pubblicità ad hoc. Seppur sollecitati, molti però "non rispondono" agli allettanti inviti al consumo, perchè resistenti.
La costruzione del consumatore perfetto passa allora attraverso una fase indotta (più avanti vedremo con quali modalità) che io definisco tranquillamente - senza rischio di smentite - di destrutturazione. Smontare o far vacillare certezze sulla propria esistenza, sul risparmio, su gusti ed alimentazione, sul proprio aspetto fisico, sul modo di fare sesso ad esempio, ma anche insinuare dubbi sulle proprie capacità di essere buoni genitori, di adeguatezza in ogni circostanza e luogo: azioni che possono indurre sì a nuovi e più evoluti consumi ma nel contempo creano ansie continue da prestazione. Niente di più prezioso per il marketing!
Stranamente molte di queste analisi e consigli passano proprio attraverso certi magazine, veri manifesti del consumismo più sfrenato, ci avete fatto caso?
L'importante è resistere, ad ogni tentativo di "infezione", e sviluppare adeguati anticorpi perchè l'IO è davvero l'ultima cosa che ci resta, marketing permettendo.

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10 agosto 2007

Drunk advertising

Chi opera nella Comunicazione è sempre attento (o perlomeno dovrebbe esserlo) all'evoluzione delle lingue, ai gerghi giovanili, ai neologismi (soprattutto quelli legati alla nascita - ad esempio - di nuove tecnologie e strumenti). Ci sono poi termini lessicali che, quando abusati o superati da altri trend, perdono efficacia.
Eppure, nella grande distribuzione ed in certi contesti commerciali persiste da anni - suscitando, pare, medesimo fascino sui consumatori - l'utilizzo dei superlativi ("offertissima", "scontatissimo" etc.) e l'esibizione di prezzi strategicamente "limati" di un centesimo (0,99 - 9,99 - 19,99) per mantenerli entro la decina inferiore perchè ciò conferisce parvenza di risparmio.
Anche volantini e depliant hanno una grafica pressocchè immutata da decenni, traboccano di prodotti "civetta" (sono quelli che servono ad attrarre in negozio la potenziale clientela salvo poi scoprire che sono puntualmente esauriti), sono volutamente caotici, anzi ipnotici. A leggerne tanti, tutti assieme, si rischia l'ubriacatura!

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29 luglio 2007

Sviste di Marketing

Esistono servizi sulla cui non-opzionalità non si dovrebbe discutere nè lucrare (ricordate la riflessione sul cartone delle pizze d'asporto?).
Oppure guadagnarci lo stesso (se proprio non si riesce a resistere all'atavica tentazione) ma senza farlo percepire al cliente, a patto che si possegga una benchè minima nozione di Marketing o briciola di buon senso.
Ho assistito ad un preventivo per la realizzazione di un paio di occhiali da vista presso un negozio di ottica di una nota catena:
"Sono 80 Euro per lente, 75 Euro per la montatura che ha scelto, 10 Euro per il montaggio dell'occhiale.", queste le testuali parole del commesso.
Il montaggio dell'occhiale? Vi risulta che esso possa essere considerato un servizio extra? Qualcuno forse ha mai acquistato le componenti separate per poi assemblarsele a casa come si fa coi kit di modellismo?

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22 luglio 2007

Virtual insanity

Cosa pensa un lettore quando gli capita, sfogliando le pagine del suo magazine preferito, di guardare non una ma tante pubblicità di prodotti antietà?
L'offerta è ampia, le testimonial più o meno celebri (e più o meno credibili), i marchi di alta gamma (come i prezzi), tutti vantano molecole di ultima generazione, dichiarano anni di ricerca e test di laboratorio, promettono risultati visibili sin dalle prime applicazioni, i messaggi sono diretti ed accattivanti.
A questo punto, quale sarà l'elemento che orienterà la scelta e farà scattare l'acquisto?
I pubblicitari e le aziende vogliono saperlo, per "affilare le unghie", per approntare cioè nuove strategie comunicative da attuare con le successive campagne stampa.
Come? Attraverso questionari e sondaggi da sottoporre al panel di riferimento, fatto proprio dalle lettrici e dai lettori dei magazine che ospitano a suon di milioni di Euro le loro pubblicità.
Nei giorni scorsi ho ricevuto via e-mail l'invito a partecipare ad uno di questi survey online e, ovviamente, non ho rifiutato. Ogni occasione è buona (e va colta) per capire strategie e meccanismi di Marketing in certi settori così competitivi.
Dopo un breve excursus delle più note campagne attualmente in corso, venivano poi richiesti giudizi su una campagna specifica (quella del committente): claim e suo posizionamento, packaging, evocazioni varie. A colpirmi in modo particolare però, è stata la schermata che ho riportato fedelmente nell'illustrazione di questo post, dalla quale ho eliminato solo il nome della testata nonchè marchio e nome del prodotto in esame. In base alla sola visione della pubblicità mi si chiedeva di esprimere opinioni che avrebbero potuto avere un perchè, un valido fondamento solo dopo settimane di utilizzo regolare dell'antiage in questione.
E' come se vi invitassero a bere un bicchiere di vino su Second Life e ad elencarne, dopo l'assaggio virtuale, pure le qualità, il profumo ed il gusto.

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20 luglio 2007

Non c'è Marketing che tenga

Missione impossibile, quando uno più uno fa due!

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09 luglio 2007

E' già tutto scritto

Esiste una forma etica fondamentale dell'umanità, la cosiddetta regola aurea. Essa si fonda sul rispetto per il prossimo, enunciata per secoli dai filosofi ma totalmente sconosciuta a gran parte dei marketer in circolazione e - più in generale - a tanti che si rivolgono ad un'utenza. Della serie: a volte basterebbe davvero poco.

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19 giugno 2007

Marketing o beneficenza?

Ogni qualvolta mi capita di intravedere in tv il vecchio Bono (U2) in compagnia di Bob Geldof sento la solita insopportabile puzza di questua e cambio canale. Probabilmente anche Alberto Foà prova medesima irritazione alla vista del duo e ne parla stavolta - con lucido senso critico - nella sua imperdibile rubrica su Economy (n° 25) che non a caso si intitola "Ecomedy" e da sola, ogni settimana, varrebbe il prezzo della rivista. Ho voluto estrapolarne alcune perle e riproporle a voi.
Avviso: se ne sconsiglia la lettura ai buonisti ad oltranza.

Foà scrive: "Non parlatemi delle grandi organizzazioni benefiche, delle manifestazioni interplanetarie e di quei personaggi dello showbusiness passati alla storia come benefattori. Se non vogliamo interrogarci su Bono (che i suoi soldi li investe su Forbes) facciamolo su sir Bob Geldof, artista che oltre al suo titolo nobiliare, dall'avere organizzato il Live Aid ha guadagnato fama e ricchezza. Qui casca l'asino perchè, quando la macchina organizzativa è troppo grande, i risultati della beneficenza sono, in genere, minimi. [...] I soldi raccolti finiscono a quegli stessi governi che, corrotti e/o incapaci, hanno fatto precipitare la situazione. [...] Se l'obiettivo dichiarato è troppo grande - come combattere l'AIDS - vai a sapere come vengono usati. Sarebbe meglio dare una mazzetta al Papa perchè non demonizzi l'uso del preservativo, che mettere a disposizione dei boss del Rwanda milioni di dollari".

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07 giugno 2007

Ok, qual'è il prezzo giusto?

Quando un bene di consumo comune debutta sul mercato, quanto dovrebbe costare? Mi spiego. Dietro un debutto ci sono: lavoro di ricerca e sviluppo, adeguamento delle linee di produzione, investimenti pubblicitari, varie ed eventuali. Questi fattori hanno un costo che l'impresa deve in qualche modo recuperare. Il problema è: quando?

  • DOPO
    Alcuni marchi optano per la cosiddetta "offerta lancio", che solitamente prevede un prezzo contenuto (o ispirato alla concorrenza diretta) - al fine di conquistare la clientela invitandola a provare la bontà del prodotto - salvo poi necessariamente ritoccarlo al rialzo in una fase successiva.

  • SUBITO
    Altri posizionano la nuova referenza sul mercato già con quello che sarà il suo prezzo definitivo, rischiando di scoraggiare l'assaggio. In questo caso il consumatore può trovarsi disorientato dall'incognita che il prodotto rappresenta e, se non incentivato dal fattore convenienza, potrebbe rinunciare all'acquisto.

La questione è puramente di opportunità? Voi come vi comportereste?

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01 giugno 2007

Non lasciamoci trarre in inganno dalla realtà

Ore 9, presso la solita edicola vicino casa mia.
Ci sono due signore con yorkshire al guinzaglio (a Brescia abbondano), presumibilmente madre e figlia sui 40 anni che, come me, danno uno sguardo alla "merce".
L'anziana ad un certo punto sbotta all'altra: "Hai letto? Romina Power dichiara di voler tornare a vivere in America, forse per sempre. Dice che in Italia nessuno la capisce, pochi apprezzano le sue capacità, la sua arte, che tutti fanno "carne di porco" della sua esistenza".
La giovane sorride maliziosa e dice: "Macchè esilio, questa qui cerca solo un po' di pubblicità. Vedrai, tra poco uscirà un suo libro di memorie o qualcos'altro".
Premetto che, nel caso specifico, non so come realmente stanno le cose, però l'episodio è certamente sintomatico del grado di "boccalonaggine" delle vecchie generazioni, alle quali il gossip ed il Marketing possono ancora raccontare favole. Gli scandali recenti in materia di cronaca rosa hanno svelato insospettabili retroscena ed impietosi meccanismi dello showbiz, da sempre noti agli addetti ai lavori ma non al pubblico. Il re è nudo, insomma. Certe storie create a tavolino da press agent e promoters vari tra qualche tempo (col fisiologico ricambio generazionale, per intenderci) potrebbero non funzionare più come accaduto finora. Le testate specializzate dovranno cambiare canoni, raffinare le tecniche di comunicazione, approntare nuove strategie per aggredire il mercato e l'utenza. Prevedo tempi duri per certa stampa. Cosa si inventeranno per sopravvivere?

P.S.
Mi auguro che la vip in questione non se la prenda a male se oggi ne ho fatto "costoletta" anch'io, ma l'esempio era calzante. Impossibile resistere.
Si consoli sapendo che il titolo del post l'ho "rubato" al buon Giorgio Gaber (era una sua celebre frase). Ok, dirà lei, lui non è più tra i vivi quindi impossibilitato a protestare. Sappia, signora mia, che i grandi non protesterebbero mai per una citazione. Buona fortuna comunque, aldiqua o aldilà dell'oceano.


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31 maggio 2007

Il Marketing è nel DNA?

Beati i trendsetter! Loro non sbagliano mai un colpo. Fiutano, osservano, colgono i cosiddetti "segnali deboli" prevedendo - di fatto - tendenze ancora sommerse: le tiran fuori, le amplificano e poi le danno in pasto al mercato. A questo punto, mentre la moda si consuma alla luce del sole loro son già da tempo al lavoro su ciò che verrà dopo. Un marketer che si rispetti è dotato di ottime antenne, fiuto da segugio e straordinaria "vista notturna" (indispensabile per le attività di cui sopra). Certe doti le fornisce, in fondo, madre natura. Un buon percorso educativo e professionale servirà ad affinarne l'uso ed a sfruttarne l'intero potenziale. In alcuni casi, poi, affrontare un certo tipo di studi o uno stage specifico serve invece per prendere atto che non si è proprio adatti al mestiere e che è il caso di rivolgere altrove le proprie energie.

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23 maggio 2007

Come si crea un cult

Il tema di questo post è cruciale per chi si occupa di Comunicazione o di immagine, ed andrebbe ovviamente affrontato con dovizia come meriterebbe.
La dura legge dei blog impone invece la sintesi così mi limiterò a citare un esempio emblematico dal quale potete trarre suggerimenti per proficue azioni future.
Avrete certamente notato come - con largo anticipo rispetto al debutto sul mercato di un quid, di un qualcosa - la macchina del marketing, con abile tempistica, spesso monti strategicamente l'attesa e la curiosità del pubblico, al fine di garantirsi da subito un certo riscontro. Questo accade puntualmente nello showbiz, alla vigilia dell'uscita di un disco o di un film, quando vengono diffuse in anteprima (attraverso vari canali) tracce o brevi sequenze selezionate ad hoc dal prodotto ancora in fase di lavorazione magari.
La selezione accurata del materiale per il preview - in questa fase promozionale - può rivelarsi determinante per il successo di una campagna. A volte i risultati superano le aspettative, sfuggono cioè al controllo (in senso buono) di chi li ha cercati, creando dei veri "casi" se non addirittura dei cult.
Nel 1994, per il lancio del suo film "Pulp Fiction", Quentin Tarantino diede in pasto ai media di tutto il mondo la celebre sequenza del ballo con Uma Thurman ed un redivivo John Travolta. La nuova fatica cinematografica del talentuoso regista rappresentava di per sè già un evento perchè seguiva il filone del precedente ed apprezzatissimo "Le Iene" ma anche perchè segnava il ritorno sul set di un attore praticamente finito nell'oblio come Travolta. Il successo di pubblico, quindi, era prevedibile, ma che una scena di ballo ne decretasse pure l'ingresso tra i miti del cinema no. Per mesi, prima dell'uscita nelle sale, si favoleggiò su trama, personaggi e retroscena vari, complice quell'abile e stravagante passaggio di dita sugli occhi dei due protagonisti.
Quella scena, inoltre, è divenuta negli anni oggetto di innumerevoli citazioni ed interpretazioni. L'ultima? Nello spot Ferrarelle on air proprio in questi giorni.

La regola è applicabile anche ad altri prodotti e contesti con risultati, ovviamente, variabili.

Ho tenuto sempre ben presente la "lezione" anche quando, sul finire degli anni '90, curai la comunicazione e la promozione a livello internazionale di un locale che avrebbe però visto la luce ben 4 mesi dopo. I tempi consentivano una capillare pianificazione sulla stampa periodica, persino sui bimestrali. Necessitavo di immagini e diapositive (supporti molto graditi nelle redazioni, a quei tempi) da allegare alla cartella stampa ma lo stato dei lavori murari non ne consentiva la realizzazione. Con l'intervento di una nota art director (la quale collaborava con magazine di moda, architettura e design) ed un fotografo francese di moda realizzammo pochi e suggestivi scatti nell'unico corner già ultimato. Tra questi ne selezionai solo tre, a mio avviso i più "enigmatici". Dalle redazioni fu un coro di "esiste davvero un posto così?", "belle immagini, figuriamoci il resto" o "non mancheremo all'inaugurazione". Anche i loro lettori non rimasero indifferenti perchè ci giunsero subito numerose chiamate di richiesta informazioni o addirittura di prenotazioni dei tavoli già sold out per le prime 5 settimane di apertura e con ben due mesi di anticipo.



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13 maggio 2007

Marketing di fortuna

Chi legge MarketingPark da tempo ben conosce la mia visione in fatto di budget, investimenti e gestione nella Comunicazione.
Non sono - in pratica - una "sprecona", perchè convinta che l'ottimizzazione delle risorse (specie se esigue) siano un dovere delle aziende e di chi le consiglia.
A volte però "l'è trop", nel senso che non mancano i casi limite, i cosiddetti impossibili.

Lo scorso Febbraio vengo contattata da un personaggio (in questa sede mi rifiuto di considerarlo "imprenditore") con un progetto in fase avanzata: 120mila Euro di investimento totali, 60mila già andati ma - in base al suo studio di fattibilità - solo 5mila Euro destinabili al Marketing!
Ok penso, in fase di pre-lancio e di post-debutto potrebbero essere utilizzati per una sana attività di Ufficio Stampa e Relazioni Esterne. Alla fin fine qualcosa di buono ci si riuscirebbe a fare, ma avevo capito male. In realtà i 5mila dovevano essere spalmati su un arco di ben 17 mesi, cioè da Marzo 2007 ad Agosto 2008!
Facendo due conti, circa 294 Euro al mese = 9,8 Euro al giorno. A quel punto gli ho suggerito di utilizzarli in una "botta" sola, per farci una bella stampata di volantini coi quali riempirci la cantina e, zaino in spalla, distribuirseli da solo un tot al mese (pianificazione). Anche i pakistani solitamente impiegati per questo genere di attività costano, eccome.
Per essere più precisa, gli ho spiegato come impiegare metà tempo col doppio della resa. Sempre zaino in spalla, nella mano sinistra doveva tenere il blocco di volantini poi prenderne uno per volta con la mano destra, infilare il pollice nel tergicristalli delle auto, sollevarlo appena e, con un veloce movimento del dito medio e dell'indice, infilarci il foglietto sotto.

Com'era ovvio, il tizio non l'ho più sentito ma oggi ho saputo che in realtà ha attuato alla lettera quel piano. Secondo voi, alla luce dei fatti, avrei dovuto chiedergli un compenso per quel consulto? :-)

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09 maggio 2007

Effetti indesiderati

Negli USA il marketing olfattivo sta mietendo vittime. Le speciali installazioni poste in luoghi pubblici ed in grado di emanare odori appetibili per indurre all'acquisto di alcuni prodotti come snack e biscotti, pare creino problemi seri innanzitutto ai diabetici. Immaginatevi affamati alla fermata dell'autobus o nel metrò (in attesa di mezzi in infinito ritardo, magari), con le narici invase dal profumo di arrosto o di cioccolato, come vi sentireste? Trovo queste pratiche molto invasive perchè la sensibilità olfattiva varia da individuo ad individuo, le quali potrebbero - in certi casi - risultare persino moleste (penso, ad esempio, alle donne in gravidanza insofferenti a certi olezzi, alimentari e non).

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07 maggio 2007

Quel maledetto margine!

Come già affrontato in precedenza (vedere link in fondo), esiste un Marketing che sa ascoltare le esigenze del mercato (per poi formulare risposte e prodotti adeguati), ed un Marketing che ignora puntualmente i bisogni reali per crearne invece di nuovi. Nella grande distribuzione organizzata questa dualità è molto evidente, più che altrove.
Basta osservare gli scaffali, la disposizione e l'assortimento delle referenze e dei marchi per ogni tipologia di prodotto, per capire come e dove si vuole orientare l'acquirente. Ogni punto vendita - per collocazione urbana e tipologia sociale della clientela abituale - conosce le abitudini, la capacità di spesa, i gusti degli avventori. Come? Attraverso le fidelity card, i concorsi periodici che prevedono la compilazione di cartoline con dati sensibili etc. Oppure, più semplicemente, con la constatazione diretta dei prodotti più venduti e puntualmente esauriti. Il consumatore moderno (quello cioè uscito con le ossa rotte dal post-Euro) predilige un buon rapporto qualità-prezzo, sa frenare gli acquisti d'impulso, è meno fedele alla marca, tiene in considerazione il passaparola, cerca risposte immediate e concrete ai suoi fabbisogni senza dare chance alle promesse scritte sulle etichette. Non sempre però al negozio conviene (in termini di margine) assecondare sempre le richieste del suo pubblico, e allora cosa fa? Una volta esaurito un prodotto sullo scaffale, prima di riproporlo, tenta di esaurire anche gli altri (puntualmente più costosi a parità di qualità, magari). Questo comportamento (ahimè diffusissimo) solleva solitamente il disappunto dei clienti, si sentono "traditi" e - se proprio non costretti da una imminente necessità - migrano altrove a "completare" gli acquisti del giorno. La "migrazione", anche occasionale, è un evento pericoloso perchè induce alla scoperta della concorrenza, pronta a coccolare e fidelizzare con le sue offerte i nuovi clienti.
Provate a pensare alla vostra esperienza di consumatori: chissà quante volte vi sarà capitato di finire per puro caso in un negozio, di apprezzarne l'insospettabile offerta e di ritornarci?

Altri post sul tema qui trattato:



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04 maggio 2007

C'è spazio per l'etica nel Marketing?

Di recente un assiduo e giovane lettore di MarketingPark, "lurker" (come si è definito lui stesso) e fresco laureato in Scienze della Comunicazione, mi ha scritto:

[...] ho sempre vissuto con una visione del mondo rigorosamente "dal basso", dalla parte della gente, dei lavoratori, dei disoccupati, dei consumatori...
Non so se è solo un problema mio ma ogni parola che leggo sul Barney sembra una parola pronunciata dai "cattivi". Si magnificano le acquisizioni e il valore economico da esse generato...ed io penso ai licenziati causati da queste manovre finanziarie. Si parla della formazione continua del personale...ed io penso ai vergognosi contratti di formazione lavoro. Insomma, non voglio tirarla per le lunghe ma credo di aver dato idea del mio problema. Non vorrei ritrovarmi a fare qualcosa a cui non credo, ad aiutare gente che non merita di essere aiutata ma che anzi va combattuta. Non potrei mai curare il marketing della XxXxxxxx'x, della Xxxxxx o della Xxxx, sapendo ciò che hanno causato e che causeranno agli animali, agli uomini, al pianeta. La mia domanda è questa: c'è posto per gente come me nel mondo del marketing? C'è un'etica nel marketing, c'è gente che ha i miei stessi problemi? E cosa ha fatto? Ci convive? Li ha risolti? Ha fatto delle scelte per potersi adeguare senza rinunciare ai propri ideali? [...]

La mia risposta non si è fatta attendere. Eccola:

"Il tuo sdegno è legittimo. Le cause di certi disastri socio-economici sono sotto gli occhi di tutti, però la democrazia ci consente per fortuna di parlarne e scriverne liberamente, di fare opinione. Il "word of mouth" si sta rivelando potente nell'economia di mercato, molte aziende "scorrette" ne stanno prendendo atto e dovranno adeguarsi per non morire. Mi sembra già tanto, rispetto solo a 2-3 anni fa, anche se molto si dovrà ancora fare.
Non sempre la vita consente di operare scelte, di selezionare l'azienda dove lavorare. Chi può è fortunato, e lo fa tenendo conto anche degli aspetti a cui fai accenno tu, e rinuncia se il lavoro non è in linea coi suoi principi. Il marketing è un processo aziendale fondamentale, imprescindibile. Ogni azienda ha una mission, che persegue come può. I criteri e l'etica dietro il raggiungimento di un obiettivo dipendono dalle persone che hanno potere decisionale all'interno della realtà imprenditoriale. In sede di colloquio l'azienda è già in grado di percepire le peculiarità di ogni candidato, per cui assumerà solo coloro che riterrà idonei (anche in base alla personalità) ad attuare piani e strategie come auspicato, riducendo al minimo il rischio di ostilità e conflitti. Raramente ho constatato inadeguatezze in tal senso: le persone giuste nel ruolo giusto. Personalmente, non ho mai dovuto fare i conti con la mia coscienza perchè le realtà in cui ho operato non mi hanno mai proposto azioni discutibili, sotto nessun profilo. Se ciò dovesse accadere in futuro, credo di essere abbastanza strutturata per poter affrontare costruttivamente una situazione del genere. Alla tua età mi sarebbe apparso tutto più complicato".

E voi, come gli avreste risposto?

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06 aprile 2007

Il valore relativo

Prendendo ad esempio un oggetto o un bene qualsiasi, il suo valore totale è determinato da due fattori: quello tangibile - ovvero il materiale di cui è composto, la lavorazione - ed un altro intangibile che, come la bellezza, "è negli occhi di chi lo guarda" ma anche direttamente proporzionale al lavorio del Marketing.
Un alto valore aggiunto consente di far passare in secondo piano lacune o povertà della materia di cui è fatto l'oggetto e di attribuirgli un prezzo che la sua stessa natura non permetterebbe.
I soggetti percepiscono in modo differente il valore relativo delle cose (per status, cultura etc.), alcuni non lo percepiscono affatto (gli avari, ad esempio, non attribuiscono importanza a molte cose, ritenendole di fatto superflue al loro stle di vita, se ne privano/non ne godono non acquistandole e peraltro senza sofferenza alcuna).
L'educazione alla percezione del valore relativo viene perpetrata sui giovanissimi con l'imposizione di loghi e simboli sui loro beni di consumo abituali (abbigliamento, giocattoli etc.), in modo da predisporli a diventare consumatori modello da adulti.
La pressione del Marketing sulle nuove generazioni è molto più subdola, trasversale e potente rispetto a quella subita dai loro predecessori di soli 15-20 anni fa. Sottrarsene è quasi impossibile, riconoscerla anche. Omettendo marchi ma evocando circostanze, ricordate qualche esempio recente di pessimo valore aggiunto?





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03 aprile 2007

Marketing o telemarketing?

Siamo in Italia. Il deficit linguistico degli italiani è acclarato. L'inglese è per molti solo un aggettivo. Stabilito ciò, se posso evito l'uso di termini anglosassoni e per di più tecnici cercando di spiegare in parole povere - anzi poverissime - azioni e concetti relativi al mio mestiere con alcuni interlocutori "deficitari".
Per la serie "confusi" (o forse, più semplicemente "furbi") posso oggi annoverare un nuovo episodio.

Location: istituto di gestioni patrimoniali. Interpreti: il Direttore di filiale e, ovviamente, la sottoscritta.
Come molti avranno avuto modo di sapere, gli ultimi 2 anni hanno registrato una fuga degli italiani dai fondi di investimento e dal risparmio gestito.
Senza addentrarci nelle (immaginabili) cause di tale disaffezione, le banche dovranno riguadagnare terreno con argomenti concreti ed una comunicazione trasparente.
A livello locale, invece, valgono ancora i "consigli" (sussurrati magari da un amico) ed il passaparola.

Il Direttore ha capito che servirebbe un "aiutino", "un po' di Marketing in questa fase delicata dobbiamo considerarlo anche noi" - dice - "ma, chi dovrà curarlo deve avere solide radici nel territorio, un grosso entourage insomma. Lei, professionalità a parte, può garantirmi di poter contare su un considerevole numero di persone? Anche cercarne, eh?".
In pratica, il Direttore vorrebbe affidare la consulenza a chi potrebbe portargli pure un bel po' di nuovi clienti con patrimoni da gestire.
A voler pensar bene, è evidente che gli è poco chiaro il concetto di Marketing in senso stretto (anche se usa il termine a volontà durante la conversazione), probabilmente invece si riferiva ad un commerciale con buon portafoglio clienti. Non poteva dirlo prima?


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10 marzo 2007

Il metodo Stanislavskij nel quotidiano del creativo

“Come comincia la giornata del cantante, del pianista, del ballerino? Si alzano, si lavano, si vestono, fanno colazione. A una certa ora stabilita, il cantante comincia a fare vocalizzi ed esercizi vocali. Il musicista si esercita con le scale o con altri studi intesi a mantenere e a sviluppare la sua tecnica. Il ballerino si affretta a raggiungere il teatro, la palestra dell’allenamento, per proseguire alla sbarra gli esercizi assegnati. E così ogni giorno. D’estate e d’inverno. Ogni giorno tralasciato è perduto e fa regredire la capacità dell’artista.” ( Konstantin Sergeevič Stanislavskij, 1890).
Così l’allievo della scuola di teatro doveva capire l’importanza dell’esercizio quotidiano.
Ed ancora:
"Formate i pensieri e le immagini della fantasia secondo il testo e le circostanze fornite dall’autore e dal regista. Ma siccome li avete fatti nascere entrambi – pensieri e immagini – dal vostro cuore, le parole e la verità che voi mettete in queste parole, proprio come se fossero la vostra vita, si fonderanno nel cerchio della vostra immaginazione e sulla scena" (da L’attore creativo. Conversazioni al Teatro Bol’Soj, 1918-1922).
Secondo Stanislavskij per riattivare le forze creative, per ritrovare il "tesoro" nascosto e renderlo manifesto, bisogna che l’attore eserciti una disciplina tale da mettere ordine nella sua mente - ovvero ricomporre i brandelli dei pensieri e delle emozioni per ricondurli entro contorni vivi e precisi - al fine di costruire immagini che si collochino in uno spazio interiore ordinato (quello che Stanislavskij chiamava il "circolo creativo").
Anche chi non ha la benchè minima velleità artistica ma opera col suo ingegno nel campo della Comunicazione o del Marketing, ben conosce l'importanza della creatività, l'elemento cioè in grado di determinare la buona riuscita di un'azione o di una consulenza.
In ogni campo della vita, comunque, "il successo è figlio dell'ordine" (anche mentale) come amava ripetere un noto imprenditore a noi giovani "adepti".


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05 marzo 2007

Il Marketing Antitetico

L'operazione simpatia prevede l'utilizzo di un trio di comici maneschi, in chiassosa lite perenne, per costosi spot e siparietti festivalieri.
L'operazione antipatia va in scena contemporaneamente alla prima e prevede un tardivo e contorto adeguamento alle direttive del Decreto Bersani.


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